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Diario del viaggio dentro alla nuova Tunisia: primo giorno

Il viaggio è cominciato nel gate di Malpensa. Piccoli gruppi si formano spontaneamente, si fa conoscenza e partono subito le discussioni.

Mi ritrovo con un infermiere, uno studente di ingegneria a Genova e Kamel che  mi prende sotto protezione perché ha bisogno di qualcuno con pochi bagagli per non pagare il supplemento di peso. Ha 30 anni e vive da 3 anni in Italia dove fa il manovrale dopo essere sbarcato a 20 anni a Marsiglia come clandestino. Mi racconta come è strano parlare di politica e non di calcio. Un mese fa non conosceva nemmeno il nome di un ministro tunisino né il nome del sindaco della sua città natale, Kairouane. Mi parla di questa generazione che ha fatto la rivoluzione con Facebook “erano sfigati, poco di buono per i trentenni come me, ma adesso dobbiamo portar loro rispetto”. Quando gli chiedo per chi voterebbe alle elezioni esita. Lui apprezza il leader dei “conservatori islamici” Rachid Ghannouchi perché “parla spesso di Dio su Aljazeera e non si può non volere bene a uno che parla di Dio”. Ma gli rimangono dei dubbi perché non sa cosa potrebbe fare Ghannouchi al potere. Bisogna conservare la libertà conquistata e non fare come in Iran. Intanto Kamel infila una bottiglia di vodka nel mio bagaglio, per alleggerire il suo.

Lo studente è uno di quelli seri. Mi racconta in dettaglio la cronologia della rivoluzione cha ha seguito attraverso i profili facebook.  Tutti sono contenti della partenza del “bastardo” Ben Ali ma adesso vogliono più sicurezza nel paese. La polizia deve tornare a ristabilire un minimo di ordine.

Arrivo a Tunisi in tarda serata. Nella hall dell’aeroporto parte di colpo una seria di “Allah Akbar”. Un membro del partito di Rachid Ghannouchi è tornato dall’esilio e una decina di simpatizzanti lo acclamano agitando bandiere tunisine. Lui abbraccia uno a uno i suoi familiari e i membri del partito filmano la scena. Faccio un paio di domande, spiego che sono “come un giornalista, ma su internet”. Sono tutti eccitati e mi invitano al loro congresso sabato a Gabes, nel sud del Paese. Dopo 10 minuti in Tunisia il mio planning meticolosamente preparato è rovinato.

E’ il primo giorno senza coprifuoco. Il parcheggio dell’aeroporto è pieno ma non si vede nessuno.
 La gente lascia la macchina lì perché e più sicuro.

Mi ritrovo a casa del mio couchsurfer, Rafik (nome di fantasia) che vive nella banlieu di Tunisi. Lavora in uno dei più grossi studi di avvocati d’affari in Tunisia. La finestra del suo ufficio dà sul Ministero dell’Interno dove hanno avuto luogo per tre giorni le grandi manifestazioni di Tunisi. Ha visto dall’alto la crudeltà della repressione e ne è rimasto shockato.

Parliamo degli eventi e di come i media li hanno riportati. Lui mi fa delle domande retoriche per provarmi come non ci si possa fidare dei media. “Sai com’è partito tutto?” Certo, Mohamed Bouazizi si è immolato. E no. E’ tutto partito nel 2008 dalla rivolte dei minatori di Gafsa. Ci
 sono stati molti morti ma il regime ha tutto nascosto. “Ma sai perché Mohamed Bouazizi si è immolato?” Sì, l’ho letto. Lui vendeva frutta e verdura. Poi la polizia gli ha confiscato la merce. “Adesso ti racconto. Si è immolato perché nel commissariato, dopo la confisca della sua merce, è stato schiaffeggiato da una donna poliziotto. So che per te è complicato da capire. Ma immagina cosa può rappresentare per un berbero essere schiaffeggiato in pubblico. Non 
c’entra niente la merce. Non era la prima volta. E’ l’umiliazione subita. La nostra rivoluzione non è per il pane o il lavoro, è per la dignità.

Parliamo di economia, demografia, di Egitto fino alle 2 di notte. “Ah domani ci alziamo alle 6 e ti porto nel centro di Tunisi”. E io dovevo ancora scrivere questo post.