Ben Ali è morto, lunga vita a Ben Ali

Un articolo di Giorgioguido Messina pubblicato su Canale di Sicilia

Dopo aver occupato la piazza della Casbah in due occasioni a febbraio, Tunisi si preparava ieri ad una terza occupazione prolungata della piazza del Governo organizzata principalmente da En-Nahdha, il partito islamico moderato, storico oppositore del regime, ma alla quale avrebbero partecipato cittadini normali, non necessariamente aderenti al partito di Ghannouchi.

Per l’occasione il sindacato di polizia aveva invitato gli agenti a mantenere un comportamento decente, a non cedere alle violenze se non in seguito a provocazioni ed attacchi da parte dei manifestanti; in buona sostanza si chiedeva agli uomini delle forze di sicurezza di mostrarsi in quanto tutori dell’ordine e non in quanto braccio armato del potere, sarebbe stata un’ottima occasione per dimostrare alla cittadinanza come il Ministero degli Interni fosse realmente cambiato e come i metodi Ben Ali appartenessero solamente al passato.

Un altro sindacato il giorno prima si era mostrato attento alle richieste della cittadinanza: quello dei trasporti pubblici, che aveva garantito collegamenti gratuiti per i manifestanti provenienti da Gabes e dal sud del Paese.

Si è assistito quindi ad una mobilitazione generale, una parte delle istituzioni si stava dimostrando vicina alle istanze del popolo; finalmente i sindacati, ormai liberatisi dalle infiltrazioni degli rcdisti, stavano prendendo posizione attiva nel “processo di democratizzazione”.

Insomma ieri tutto sembrava far presagire una manifestazione serena, una riappacificazione tra Popolo e Potere. Con questo spirito nel pomeriggio, verso le cinque, ci siamo diretti alla Casbah. L’accesso non era bloccato, come istintivamente prevedevamo, segno di apertura da parte degli Interni. Alla manifestazione erano presenti poche centinaia di persone, niente a che vedere con le folle oceaniche che avevano occupato la piazza durante Casbah 1 e 2. Quattro gatti e un paio di striscioni. Il “grosso” dei manifestanti stava ammassato sulle scalinate della moschea adiacente al municipio. Ad un certo punto un gruppo di loro si avvia verso le forze di polizia che presidiavano il cuore della piazza. Uno prende la testa del piccolo corteo improvvisato e tende la mano ad un dirigente di polizia. Si scambiano il saluto e due baci sulla guancia. A quel punto ho avuto solo il tempo di girare la testa per commentare ad un’amica quanto fosse strana la scena che sono partiti i primi colpi di lacrimogeno. I furgoni della polizia hanno rombato a gran velocità nel tentativo di disperdere i manifestanti, i quali in parte entravano nella moschea mentre altri si dirigevano verso Bab Mnara. Seguendo questi ultimi ci siamo alontanati dagli scontri per rientrare nella medina, avendo giusto il tempo di incrociare un gruppo di ragazzi, in direzione contraria, che stringevano tra le mani sassi e molotov. Con gli occhi e la fronte che bruciavano ancora ci siamo ritrovati con altri amici di fronte la moschea della Zitouna per mettere insieme i racconti. A quanto pare alcuni agenti, spinti dal desiderio di accarezzare i manifestanti con i loro manganelli, sono entrati fin nella moschea, violando un luogo sacro forse anche nel tentativo di provocare ulteriormente i militanti di En-Nahdha.

Successivamente non siamo riusciti ad entrare nella Casbah dato che la polizia, nel tentativo di proteggere la popolazione (testuali parole di un agente) non permetteva l’accesso alla piazza. Non sono quindi in grado fornire informazioni di prima mano su quanto sia accaduto in seguito, su cosa abbiano fatto i ragazzi armati di molotov e sassi né su cosa sia successo ai manifestanti rifugiatisi nella moschea.
Ma al di la di tutto questo il fatto più importante ed inquietante è stato la reazione spropositata delle forze di polizia, che hanno reagito ad un bacio, fosse anche stato provocatorio, con una scarica di lacrimogeni che non si era vista neanche nelle periferie durante gli scontri dei primi di maggio.

Quanto è accaduto mostra da un lato quanto sia ampio lo scollamento tra diversi settori della società, a partire dal sindacato di polizia, e gli apparati di governo, mentre dall’altro evidenzia come i metodi repressivi dell’epoca Ben Ali non siano affatto spariti ma facciano parte del patrimonio genetico degli uomini che hanno servito per anni il dittatore viola e che oggi continuano ad occupare le poltrone che contano. Se quindi Ben Ali è metaforicamente morto, il suo spirito è ancora vivo. Niente di strano quindi se il popolo chiede a gran voce le dimissioni del suo erede Beji Caid Essebsi ed un reale cambiamento nel Paese. Cambiamento che deve avvenire rapidamente dato che gli rcdisti, che fino a qualche tempo fa se ne stavano nascosti e silenziosi, oggi reclamano a gran voce una presenza nella nuova Tunisia ed agiscono attivamente e subdolamente infiltrandosi nelle manifestazioni e camuffandosi da barbuti, al solo scopo di gettare discredito su En-Nahdha (che non voglio assolutamente difendere, sia chiaro) ed esacerbare il conflitto tra laici e religiosi. Se il cambiamento non avverrà entro breve, il rischio che le conquiste della rivoluzione vadano perdute irrimediabilmente sarà davvero alto.

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