23 ottobre 2011: la Tunisia al voto

Un articolo di Alessandro Bresolin pubblicato su carmillaonline

Dalla democrazia negata alla dittatura

La storia recente della Tunisia non ha le caratteristiche traumatiche dei paesi vicini, forse per questo nessuno poteva prevedere che la primavera araba sarebbe partita da questo piccolo paese mediterraneo, da sempre ponte naturale tra Africa ed Europa. Protettorato francese dal 1881 al 1956, la Tunisia non fu una colonia di popolamento e sfruttamento massiccio come l’Algeria, e questo spiega la decolonizzazione relativamente poco traumatica, con un’indipendenza raggiunta certo dopo periodi di tensione ed episodi violenti, ma senza i massacri e le devastazioni a cui si è assistito in altri paesi.

Ciò fa si che lo Stato tunisino, a differenza della Libia e dell’Algeria, non sia nato da un esercito di liberazione o da golpe militari, ma da una maturazione politica. Nasce come repubblica presidenziale regolata da libere elezioni a sufragio universale previste ogni cinque anni. Viene conservato il bilinguismo arabo-francese e dal 1957 la riforma del codice della famiglia consente alla donna di chiedere il divorzio dal marito. L’epoca di Habib Bouguiba, eroe dell’indipendenza, fondatore del partito Neo-Destour d’ispirazione socialista e primo presidente della Repubblica tunisina, rappresenta in sè tutte le contraddizioni in cui si dibatte la Tunisia ancor oggi: una politica che conciliava pianificazione di stampo socialista con un certo liberalismo economico, per creare sviluppo tramite investimenti stranieri; un lungo e intricato confronto tra tendenze autoritarie e riformiste, con un un finto multipartitismo che relegava l’opposizione laica, comunista o islamica a comparse in una scena politica dominata da un partito unico nei fatti, perchè il Neo-Destour vinceva le elezioni con il 95% dei suffragi. In questo contesto bisogna tenere in considerazione l’importante ruolo cerniera svolto dal sindacato, l’Union Générale des Travailleurs Tunisiens (UGTT), tra potere e società civile. L’UGTT, come vedremo in seguito, era un sindacato vero, che aveva avuto un ruolo decisivo nella lotta per l’indipendenza dalla Francia, e che seppe ritaglirsi una reale autonomia sindacale, diventando l’unico oppositore al regime di Bourguiba. Infatti l’UGTT convogliò al suo interno forze progressiste e islamiste altrimenti inespresse, mantenendo una reale indipendenza dalla politica con l’appoggio alle proteste operaie e con l’organizzazione di scioperi generali duramente repressi.
Gli sforzi del regime si concentrarono sullo sviluppo economico e sull’istruzione, ma con risultati deludenti, in quanto le aspirazioni popolari erano segnate da una disoccupazione cronica e da un costo della vita insostenibile. Così tra la fine degli anni settanta e i primi ottanta la Tunisia visse una difficile fase politica e sociale, segnata dal declino del presidente Bourguiba, dal ramificarsi di movimenti di opposizione d’ispirazione laica o islamica e da una serie di sommosse popolari, espressione del disagio di un popolo che chiedeva disponibilità al dialogo democratico. Le proteste, in cui il sindacato aveva un ruolo determinante, riguardavano operai e studenti, le cui rivendicazioni erano quelle classiche delle rivolte sociali: “pane e libertà”. Dalla metà degli anni ottanta però il potere rispose a questi fermenti democratici provenienti dal basso con la repressione e con nuove elezioni truccate che garantivano la continuità del regime e del clan neo-destouriano. Il colpo di stato incruento del 7 novembre 1987 attuato dall’allora primo ministro Ben Alì con l’appoggio degli Stati Uniti, dell’Italia e della Francia, è figlio di questo autoritarismo. Ben Alì depose l’ormai vecchio e malato Bouguiba, cambiò i connotati al partito Neo-Destour ribattezzandolo Rassemblement Consitutionnel Démocratique (RCD), lanciò un programma di liberalizzazioni e modernizzazione. Uno dei suoi primi punti del programma per il rinnovamento della struttura dello stato era il rilancio del… multipartitismo.
Mai promessa fu meglio tradita, fin dalle prime elezioni dell’aprile 1989, in cui l’entourage di Ben Ali conquistò tutti i 141 seggi in palio. Un copione simile a quello delle altre autocrazie arabe: una parvenza di democrazia in realtà negata sanguinosamente da un regime corrotto e dispotico che propone all’estero l’immagine di un paese bello, tollerante, soleggiato e soprattutto sicuro, l’ideale per il turismo di massa e gli investitori stranieri.
Libertà economiche, sviluppo e istruzione, ma anche un’asfissiante repressione politica che addirittura aumentava. Dal 1992 infatti la crisi in cui sprofondava la vicina Algeria, dilaniata dalla violenza fondamentalista, portò Ben Alì a inasprire la repressione di qualsiasi voce discordante. Questo, senza tener conto della diversità tra islam algerino (il FIS dichiarava di voler instaurare la sharia attraverso le elezioni) e islam tunisino (il movimento Nadha si dichiarava democratico e riformista). Nel corso degli anni ’90, come inutilmente raccontavano nei report di Amnesy International gli oppositori tunisini rifugiatisi in occidente, la Tunisia era diventata “una prigione a cielo aperto” fatta di galere e torture quotidiane. Il tutto, con il placet dell’Europa e dell’occidente che rifornivano il regime di armi per combattere il terrore.

Dalla dittatura alle rivolte

Ho conosciuto la Tunisia nel novembre 2001, girandola in lungo e in largo per lavoro. Un attentato terroristico aveva appena abbattuto le Twin Towers a New York e la dittatura di Ben Alì veniva considertata un baluardo contro il fondamentalismo islamismo. Colpiva l’esasperante culto della personalità del presidente: i ritratti, le gigantografie con il mellifluo sguardo di Ben Alì a ogni angolo di strada, su ogni muro di qualsiasi sperduto villaggio. La gente era sorridente e dinamica, ma appena accennavo alla politica sbiancavano e leggevo il panico nei loro occhi. Dal punto di vista economico il paese aveva ritmi di crescita simili a quelli di una tigre asiatica, veniva lodato dal FMI e le società straniere off-shore, protette da molti vantaggi fiscali, consentivano l’apertura di fabbriche e altre attività produttive, lo sviluppo del turismo di massa e la diffusione di un relativo benessere; dal punto di vista sociale invece l’occidente stimava le realizzazioni nell’ambito dell’istruzione, dell’ordinamento scolastico e della parità uomo-donna, che veniva vista come un’eccezione nel mondo arabo-musulmano. Ma solo parlando con il popolo capivi le ragioni economico-politiche dell’ascesa del fondamentalismo islamico nei paesi arabi, che ben poco avevano a che vedere con la religiosità. Se il regime per rispettattare gli impegni assunti con il FMI tagliava sul sociale, sulla sanità o toglieva il calmiere con cui teneva basso il prezzo del pane, allo stesso tempo nei villaggi qualche ricco emiro saudita mandava i soldi per costruire un ospedale, una scuola coranica o altro, e la gente vedendo questo sostegno si lasciava ben indottrinare volentieri.
Le caratteristiche del regime erano le stesse di tutti i regimi securitari e totalitari: familismo, nepotismo, corruzione, con un apparato repressivo-poliziesco dalle capillari ramificazioni sociali a garantire la “sicurezza”, il vanto principale di Ben Alì. Nulla si muoveva senza il volere del presidente o del suo clan, l’ordine era garantito e apparentemente al popolo andava bene così, perchè l’idea dominante, nell’opinione pubblica europea-occidentale, vuole che la democrazia non appartenga alla cultura dei popoli arabo-berberi. Ma la storia diceva cose diverse, e infatti gli eventi di oggi vanno nella direzione opposta, a ricordarci che la sicurezza senza libertà non porta altro che alla realizzazione di una prigione a cielo aperto, per l’appunto.

La democrazia e il fattore religioso

Chi ha una propensione per le dittature, di Ben Alì dirà, come per Mussolini e il fascismo, che fu un politico e sì, un dittatore, ma… “ha fatto anche qualcosa di buono”.

Chi ha una propensione per le dittature, di Ben Alì dirà, come per Mussolini e il fascismo, che fu un politico e sì, un dittatore, ma… “ha fatto anche qualcosa di buono”.

Si ritiene anche che la rivolta tunisina sia figlia delle realizzazioni del regime in termini di emancipazione femminile, sviluppo, istruzione. Ma questo non è sufficiente per spiegare una vampata rivoluzionaria che ha coinvolto anche paesi molto più arretrati della Tunisia, come lo Yemen ad esempio.
Piuttosto, vista la quantità di giovani tunisini che verso la metà degli anni ’90 simpatizzavano o aderivano ai gruppi della jihad islamica, in realtà Ben Alì non era un baluardo contro il fondamentalismo, ma un semplice dittatore che ha spinto alla disperazione o all’estremismo terroristico intere generazioni. La sua strategia, simile a quella attuata da altri regimi arabi, consisteva in un gioco di sponda tra le due opposizioni più strutturate nella società tunisina, quella laica, che fosse socialista, comunista o liberale, e quella islamista. In questo gioco Ben Alì alternava blande concessioni e repressione crudele con il fine di isolare e delegittimare tutte le altre opzioni politiche. Anche il ruolo dei partiti religiosi è stato ampliamente drammatizzato per dimostrare che “dopo di me, il diluvio di Al Quaeda”. L’argomento era condiviso da gran parte dei mass-media e delle opinioni pubbliche occidentali ma fragile, visto che i partiti religiosi che piaccia o meno sono presenti in molte democrazie. Per fare un paragone: è immaginabile negare il ruolo svolto dai partiti di ispirazione crisitiana in Europa, dal secondo dopoguerra a oggi? No, nel bene e nel male, i partiti cristiani hanno plasmato, insieme ad altre famiglie politiche, il sistema in cui viviamo. E’ immaginabile che in un paese cattolico come l’Italia i preti debbano sottoporre i loro sermoni preventivamente a un’autorizzazione dello Stato? Pensare di vietare, in un paese musulmano, la libertà religiosa e l’organizzazione dei partiti religiosi, è assurdo. La questione sta piuttosto nell’includerli in un sistema democratico, di far si che questi, anziché diventare martiri per decenni di repressione, possano esprimere la loro visione della società partendo del principio del rispetto del pluralismo. Se è vero che i giovani che hanno deposto Ben Alì il 14 gennaio 2011 avevano in Twitter o Facebook dei punti di riferimento importanti, è significativo che nella rivolta abbiano avuto l’appoggio e il sostegno dell’UGTT, unica organizzazione in qualche modo “istituzionale” a salvarsi. La libertà d’espressione è la conquista principale, più visibile e vistosa, della nuova Tunisia e tutti gli oltre sessanta partiti che si stanno organizzando in questi mesi, laici e religiosi, condividono la necessità del multipartitismo. Le prime elezioni libere, inizialmente previste il 24 luglio, sono state posticipate il 23 ottobre. Questo per motivi diversi: da un lato per i maneggi classici di chi sta nel governo di transizione e vuole allungarne la vita il più possibile, dall’altro per questioni più serie, come stabilire l’eleggibilità o meno di quanti avevano ruoli di responsabilità nel regime o nel RCD. Spetterà poi al nuovo governo de-Benalìzzare gli apparati e le strutture dello Stato.

2 Responses to 23 ottobre 2011: la Tunisia al voto

  1. Tunisia, le stagioni dei gelsomini | VOCI GLOBALI says:

    […] delicata fase politica che segue le elezioni per l’Assemblea Costituente del 23 ottobre scorso è stato in seguito dedicato molto spazio, sia da Tahar Chickaoui che dal […]

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  2. 75% Commission says:

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