La libertà è un rischio. Incontro con Fathi Ben Haj Yahia

Fathi Ben Haj Yahia è attualmente direttore di scuola e scrittore, è stato prigioniero politico per 5 anni sotto Bourguiba. Ha condiviso con noi impressioni e analisi sulle quali sta ancora riflettendo.



La Storia ha la sua parte di imprevedibile

Davanti a così tante domande sul futuro della Tunisia, la fauna politica ha tendenza a usare la parola “certamente”. Questa parola totalitaria ci rassicura con l’illusione di poter spiegare tutto, pensiamo che a partire da essa possono emergere soluzioni chiare quando invece di fronte a tutte queste domande l’atteggiamento più appropriato è quello relativista, la modestia di accettare che la Storia ha la sua parte imprevedibile, non per forza spiegabile.

Un corpo sociale malato

Oggi l’attitudine che prevale nella società tunisina è il pragmatismo, il buon senso. E’ un’attitudine di tutti gli strati sociali, ma soprattutto della classe media che si è sviluppata sotto Ben Ali e che è stata elemento costituente del suo consenso. Il desiderio della società tunisina oggi è di tornare alla normalità: “Abbiamo tolto il dittatore adesso dobbiamo riprendere le nostre vite”. Ma cosa vuol dire?  Che quello che è successo è una parentesi? La rivoluzione era solo il raddrizzamento di un stato anormale?  Le perplessità cominciano quando si comincia a fare delle domande, ma questa società, attualmente, non vuole farsi domande.

Dall’inizio della rivoluzione, ho chiesto nella mia scuola di cominciare le lezioni facendo parlare i ragazzi. Un giorno mi portano una ragazzina sconvolta. Sono riuscito a farla parlare e mi ha raccontato un incubo molto semplice: “Ben Ali era a casa mia, nella sala da pranzo, con un coltello in mano , ho paura, tremo e chiamo mio papà, ma anche lui trema si nasconde dietro una porta e non interviene”. Come in Cappuccetto Rosso, al posto della nonna si rivela esserci un lupo. C’è un processo alla mia generazione, i ragazzi ci chiedono: “Cos’è questa storia, sono 23 anni che applaudite Ben Ali e adesso?”. La corruzione è una metastasi nei nostri corpi. La società tunisina è un corpo incancrenito che cerca di curarsi attraverso la catarsi. C’è un flusso di parole, come si può vedere nei dibatti spontanei in strada, perché cerchiamo di espellere la nostra colpevolezza. Il motto “dégage” risponde a questo bisogno di cura.

Una rivoluzione post-moderna?

Il mondo politico è in una disperazione che non vuole confessare. La rivoluzione è arrivata all’improvviso e da un angolo morto del campo visivo del potere. Tutti sono stati disarcionati. Quali sono i nostri riferimenti quando parliamo di rivoluzione? La rivoluzione bolscevica, cubana, iraniana, un modello in cui la presa del potere e il cambiamento delle strutture dello Stato sono stati preparati e organizzati.  Nessuno aveva ideato la rivoluzione come è avvenuta e nessuno osa oggi  entrare nel merito ponendo questa domanda: cos’è questa rivoluzione? Fare questa domanda non vuol dire rifiutare il fatto che la rivoluzione c’è. Si tratta del rapporto tra parole e cose: la parola “rivoluzione” è diventata un ritornello che sentiamo dappertutto dopo il 14 gennaio, ritma il pensiero ma non è nata delle nostre riflessioni, è estranea a noi.

Cerchiamo di spiegare con le nozioni del XX secolo una rivoluzione che ha aspetti post-moderni. Il primo aspetto è l’emergenza dell’individuo, in una società tunisina che è più avanzata comparativamente alle altre società arabe, con tutto quello che questo implica in termini di distruzione dei rapporti d’autorità. Questo dato sociologico è legato all’alto livello di scolarizzazione e all’urbanizzazione. Il rivoluzionario tunisino è un giovane istruito che ha la sensazione di coltivare la sua individualità. E’ una gioventù che ha un rapporto leggero con l’esistenza. La mia impressione, il 14 gennaio, era quella di giovani davanti ai loro videogiochi che sono arrivati in strada portando con loro questo aspetto ludico. La gioventù che ha partecipato alla rivoluzione, o diciamo alla fragilità del momento che ha fatto crollare l’edificio, cercava soprattutto di respirare, voleva essere libera e aveva bisogno di marcare e sentire l’esistenza. Se il 13 avessi chiesto a uno di questi giovani “Cosa vuoi?” nessuno avrebbe risposto che voleva un sistema politico socialista, islamico o chissà che altro. Gli altri aspetti  post-moderni sono legati all’assenza di programma pre-concepito, di leader e di rappresentazione.

Ma poi è arrivata un’altra generazione che con i suoi diversi background ideologici cerca di dare il proprio significato alla rivoluzione. Certi vedono una rivoluzione di tipo liberale, occidentale, altri vedono la componente sociale o panaraba. Dovremmo lasciare spazio alla passione, mentre in molti sono tornati alla retorica: quando parlano si ritirano come individui per prendere la parola in nome del popolo. E’ vero che la rivoluzione è stata un momento in cui tutti i tunisini si sono incontrati e cristallizzati in un interesse comune, ma dovremmo fare a meno di questa idea di popolo. Gli interessi del giovane imprenditore cittadino e del disoccupato rurale non sono gli stessi. Invece di discutere di un nuovo patto sociale, ognuno interviene in nome di tutti. E’ una categoria di pensiero marxista usata anche dagli islamisti. Questo “io mi permetto di dichiarare quello che è nell’interesse del popolo” impedisce il dialogo.

Cercare di dare un senso alla rivoluzione attraverso le vecchie categorie ideologiche è come fare cadere un velo nero sulla liberazione di energia che ha dato la spallata al vecchio regime. Bisogna accettare che la libertà è un rischio esaltante che dobbiamo correre.

Viviamo in un altro tempo rispetto a voi

Sono stato chiamato da un gruppo di giovani per discutere con loro. Stanno cercando i vecchi come me per dare loro un background. Cos’è un governo di transizione? Come hanno affrontato la transizione democratica il Portogallo e la Grecia? La riunione era alle 9 della mattina. Alle 13.30 hanno cominciato ad arrivare. Si erano appena svegliati, con l’aria di dire “Viviamo in un altro tempo rispetto a voi”. E’ un modo di essere non sempre operativo, bisogna riconoscerlo, anche dilettante se si vuole fare la rivoluzione. C’è un rapporto egoista alle cose. Prendi la parte dei diritti della libertà ma non quella legata ai doveri. E’ pericoloso. Bisogna lavorarci. Anche le manifestazioni quotidiane sono diventate una sorta di gioco. Questa parte ludica è un bene ma arriva il momento in cui sei travolto dalla macchina politica che cerca questa ingenuità. Giovani ingenui che si fanno mangiare dal sistema è un rischio. La generazione “rivoluzionaria” vive ancora adesso un momento liberatorio ma questa libertà non coincide automaticamente con la democrazia. A un certo momento bisognerà passare alle regole. Ma non siamo ancora pronti. Il lavoro fatto in Europa in 200 anni sull’idea di democrazia noi dobbiamo farlo in un tempo molto ristretto quando invece in Europa si fatica ancora.

One Response to La libertà è un rischio. Incontro con Fathi Ben Haj Yahia

  1. Giovanna Barile says:

    Vivo in Tunsia da un anno e mezzo. Trovo questa intervista uno squillo di tromba che invita tutti ad uscire dalla retorica e guardare alla rivoluzione tunisina con occhi più attenti, ponendosi domande semplici ma cruciali. Grzie, una riflessione davvero utile per tutti.

    Rispondi

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